Fonte: La Gazzetta dello Sport, Fabio Bianchi/Francesco Ceniti
«Sì, incontravo i giocatori per avere informazioni sulle partite e poi scommettevo a colpo sicuro. Certo, a volte li pagavo per questo, ma non faccio parte di nessuna organizzazione: il denaro che offrivo era mio. A volte vincevo, ma poteva accadere anche il contrario. E allora rivolevo i soldi indietro. I giudici, però, mi accusano di tante cose non vere. Il 70 per cento di quello che si dice non è vero. Perché non mi costituisco? Ho visto troppe situazioni non corrette. Potrei farlo e sono disposto a sottopormi alla macchina della verità per dimostrare che non mento. Ma ormai giornali e tv mi hanno identificato come un boss. C’è troppa pressione mediatica, non ho nessuna garanzia di un processo corretto. Si scrive che avessi rapporti con giocatori di A e io non ne ho mai conosciuto nessuno. E poi i calciatori per uscire dal carcere hanno scaricato le responsabilità su me e Gegic. Ecco perché non mi muovo da Skopje, dove la legge mi protegge e non permette la mia estradizione. Però voglio dire la verità, desidero riavere la serenità nella mia famiglia». Sono passate le 10 di sera quando Hristyan Ilievski ci risponde al telefono. Lo «sfregiato», com’è indicato nell’inchiesta, ci racconta la sua versione, limitando al minimo indispensabile il ruolo nella vicenda del calcioscommesse. Lo fa in un inglese comprensibile, ma il suo racconto lo è un po’ meno. La procura di Cremona ha chiesto il suo arresto dal 19 dicembre non in base alle confessioni di alcuni giocatori Gervasoni, Micolucci e Carobbio in primis e in modo parziale da Zamperini, poi Masiello arrivate in una fase successiva e che hanno semmai confermato i numerosi riscontri in mano agli inquirenti. Il pm Di Martino sul conto di Ilievski ha un fascicolo corposo: intercettazioni, tabulati, spostamenti in Italia negli alberghi delle squadre, incontri a Milano con indagati provenienti da Singapore, soggiorni con documenti falsi, numerosi contatti coi giocatori finiti nell’inchiesta. Insomma, forse il motivo che lo spinge a restare al sicuro in Macedonia è più da ricercare in questi passaggi che nella «pressione mediatica». Ma anche nella «verità» di Hristyan ci sono alcuni passaggi significativi. E fanno capire come il calcio italiano sia stato negli ultimi anni preda di bande fameliche alla ricerca del tarocco.
Ilievski, lei respinge le accuse più pesanti. Allora che parte ha in questa storia?
«Ve l’ho detto. Sono un gambler, un giocatore d’azzardo compulsivo. Ecco perché sono anche disposto a pagare chi mi dà informazioni. I calciatori sono una fonte privilegiata. Io mi gioco 20-30 mila euro ogni week end. A volte vinco, a volte perdo, e molto. Solo per Inter-Novara ho perso 10 mila euro».
Dunque, non è con Gegic a capo della banda degli Zingari?
«Ridicolo. Gegic è una persona normalissima. E non esiste affatto una banda. E poi perché zingari? Ecco un’altra stupidaggine (usa bullshit, ndr). Solo perché siamo macedoni? Io non sono uno zingaro, lavoro in banca e sono un ex poliziotto».
Ma secondo la Procura di Cremona lei è uno dei boss. Con Gegic contatta i giocatori per corromperli.
«Non è così. Certo, ho dato diversi soldi ad alcuni calciatori per avere informazioni. Ma non ho mai alterato direttamente una partita. Lo giuro sui miei figli (frase che ripeterà più e più volte durante l’intervista, ndr)».
Quali giocatori conosce personalmente?
«Ho incontrato Micolucci, poi una volta Carobbio. Ho incontrato anche Zamperini e Bellavista. E Gervasoni, che poi è quello che gestisce tutto in Italia…».
Che cosa vuole dire?
«E’ Gervasoni ad avere i contatti con i suoi colleghi. Lui ha chiamato centinaia di volte, non io. Mi vendeva informazioni. E sceglieva anche squadre e partite. Se esiste un’organizzazione in Italia, il capo è Gervasoni. Ora piange, ma è lui che tira le fila».
Ma non eravate voi a mettere i soldi? Con quelli di Singapore?
«Il denaro che offrivo era mio. Gegic non è un giocatore come me, scommette poche centinaia di euro. Quelli di Singapore non so chi siano»
Micolucci e Gervasoni raccontano di un incontro nella notte ad Ascoli. Con minacce e offerte per truccare una partita.
«Nessuna minaccia, si parlava di una gara con il Novara. Pagavamo per quella informazione».
E Zamperini che in una telefonata parla delle sue preoccupazioni: «Qui ci ammazzano tutti», gli avrebbe detto.
«Si ho letto, non capisco da dove sia saltata fuori questa cosa».
Sempre Zamperini sostiene che lui è andato da Farina per corromperlo offrendo i vostri soldi.
«So anche questa storia. Lo ripeto per l’ennesima volta: al massimo noi pagavamo per avere informazioni dirette».
Lazio-Genoa e Lecce-Lazio sono partite secondo i magistrati alterate da lei e Gegic. Che cosa dice?
«Falso. Certo, sono stato a Roma e Lecce perché Zamperini mi aveva detto che si poteva ottenere qualche informazione per una scommessa. A Milano nell’albergo dei calciatori? Ero a Milano, ma non ho incontrato nessun giocatore. Non conosco giocatori di A. Ci ho provato, ma nessuno mi ha mai voluto incontrare».
Neppure Masiello e gli altri ex Bari?
«Sì, Masiello l’ho visto. Mi dato un’informazione sbagliata per Palermo-Bari e una buona per Bologna-Bari. So anche chi sono Parisi, Marco Rossi, Bentivoglio e Padelli. Ma non giocano in B?».
Perché ha scelto l’Italia per questa attività? E’ facile alterare le partite da noi?
«I problemi del vostro calcio li conoscono tutti. Si sa che non è pulito. I giocatori che scommettono sono davvero tanti. Pochi in A, ma nelle altre serie sono la maggioranza. Vogliono fare la bella vita, come quelli di A, e hanno bisogno di soldi. E quando non sanno come pagare i vestiti o gli aberghi di lusso della moglie, come Micolucci, finiscono per vendere le informazioni al miglior offerente. Parlate di questa fantomatica banda degli zingari, ma vi posso assicurare che ci sono almeno due o tre organizzazioni reali che in Italia offrono soldi ai calciatori per truccare le partite. E spesso ci riescono. Ma non è il mio caso: ve lo giuro sui miei figli… Vorrei tornare e dire tutto, e Gegic tornerebbe con me. Ma dovrei avere garanzie, e la macchina della verità davanti».