Padova, Lavezzini: “Sapevo che Parlato sarebbe stato l’uomo giusto per i Biancoscudati! E vorrei festeggiare il 26 aprile perché…”


Fonte: Mattino di Padova, Stefano Edel

Quel signore che vedete in sella ad un’Harley Davidson, con abbigliamento casual e atteggiamento da vero “rider”, è il vice-allenatore della Biancoscudati Padova e all’anagrafe dichiara 63 anni, compiuti il 20 febbraio scorso. Certo, se la capolista del girone C della serie D naviga con il vento in poppa verso il porto della Lega Pro, il merito è dei Bergamin e dei Poletto (la società), dei De Poli e dei Parlato (la componente tecnica), della squadra tutta, ma anche, se permettete, un po’ suo. Perché Rino Lavezzini, originario di Salsomaggiore Terme (Parma) e ora residente a Marina di Carrara, in Versilia, di calcio ne ha masticato parecchio nella sua vita e tanta esperienza, messa al servizio di un club partito da zero su tutto, ha sin qui pesato molto per avvicinare l’obiettivo del salto di categoria. È una Pasqua serena per un uomo che ha girato in lungo e in largo nella sua carriera, e che in Veneto, prima che su quella del Padova, si è seduto sulle panchine del Giorgione (serie C/2, 1994/95) e del Vicenza Primavera (2010/11), e che accetta di parlare di se stesso quasi sottovoce, come se non volesse disturbare. Innanzitutto, ci racconta com’è arrivato qui, l’estate scorsa? «È stato Fabrizio (De Poli, ndr) a contattarmi. Sono vent’anni che lo conosco, per me è come un fratello».

Lavezzini

«Da una telefonata, fatta in amicizia, è nata l’idea di puntare su Parlato, un nome peraltro che lui aveva già segnato sul taccuino, insieme ad altri due. Gli ho detto: “Guarda che è l’uomo giusto per voi. A Pordenone, pur trionfando, non lo hanno confermato, e un tecnico che ha una voglia e una rabbia come quelle che lui cova dentro di sè può essere molto utile alla causa”. Era un week end, stavo facendo un giro in moto e il diesse mi chiese il suo numero. Glielo diedi, si parlarono e la domenica, alle 18, trovarono l’accordo. Poi entrambi hanno spinto affinchè venissi a Padova e così ho accettato». Ma è vero che non ne voleva più sapere di allenare? «Sì, dopo trent’anni di questa vita, sempre lontano da casa, mi ero un po’ stancato. Tenga presente che avevo subìto tre esoneri in carriera ogni volta con la squadra prima in classifica, e dunque può immaginare che tipo io sia. Quando sono giunto qui, invece, ho scoperto un ambiente che mi ha ridato nuovo entusiasmo. Parlo di una proprietà che è uno spettacolo, di un gruppo di giocatori straordinari, dove non ce n’è uno fuori posto, di un collega come Parlato, appunto, con cui si è creata un’intesa mirabile, giorno dopo giorno. È un lavoratore instancabile, pensi che dopo la partita di giovedì a Chioggia era già lì che pensava alla Sacilese. Non si ferma mai».

Già che siamo in vena di confidenze, ci svela chi è il più mattacchione della rosa e quello che la fa dannare? «Mi trovo davvero bene con i ragazzi. Devo rispondere, giusto? E allora dico che Niccolini è quello che mi tiene testa, con le sue gag, perché io sono uno che racconta barzellette e si lascia andare a battute, mentre Petrilli e Aperi sono i più… scanzonati. Una parola in più la spendo per il capitano: Cunico è immenso, anche se non gioca, com’è accaduto ultimamente per infortunio, c’è sempre, nello spogliatoio e fuori. Un leader vero. Quando sostengo che ho ritrovato il calcio dei bei tempi, alludo proprio al fatto di avere un gruppo sano. Nessuno pensa al proprio orticello e basta». Sia sincero: mai litigato o discusso una sola volta con Parlato? «Premessa: per svolgere il ruolo di vice al meglio devi sposare ciecamente le idee del primo allenatore. Con Carmine il rapporto è buonissimo. Tante volte lo voglio contraddire per indurlo a riflettere, poi la decisione finale spetta sempre a lui. Mi confessa ciò che pensa, se intende operare un cambio mi chiede un’opinione. All’inizio non era facile capirlo. Ma devo ammettere che quest’anno ho imparato tantissimo da lui a livello difensivo. E poi mi diverto, proprio perché non sono nè mi sento un corpo estraneo».

Veniamo alla passione per le moto, e per le Harley in particolare. «È un amore scoppiato una decina di anni fa, anche se da piccolo avevo un Trial King da 50 cc. Un amico mi invitò a provare l’Harley e mi piacque così tanto che ne ho comprate due: una Forty Eight 1200 e una Rocker 1580. Una, in realtà, è di mio figlio Paolo, che fa il cuoco a Rio de Janeiro. Spostarmi su quelle due ruote per me ha un significato di aggregazione, stare insieme ad altri che condividono la tua stessa esigenza. Ho partecipato per tre anni al Faaker See, il raduno europeo delle Harley Davidson che si svolge in Austria, poi sono stato a Saint Tropez, a Barcellona e in altri posti noti». Lei, però, è pure un musicista. «Sì. Sono un sessantottino, e in quel periodo tutti suonavano dalle mie parti, in Emilia, con complessi e complessini vari. Il rock è stata la mia passione, me la cavo bene con chitarra e sassofono. E stravedo per gli AC/DC, uno tra i gruppi di maggior successo degli anni 70/80. Fra l’altro il 9 luglio saranno all’autodromo di Imola, e con Zancopè e alcuni giocatori del Padova seguirò il loro concerto». C’è altro da sapere, ancora? «Beh, prima di fare l’allenatore sono stato vigile del fuoco a Parma. E mi hanno spedito nel 1976 in Friuli, a dare una mano alle popolazioni colpite dal terremoto». Tornando al calcio e al Padova, ormai ci siamo… «Finchè non abbiamo la certezza matematica, dobbiamo stare sul pezzo e pensare ad una partita alla volta. Certo, detto fra di noi, il 26 aprile vorrei festeggiare, dopo la partita con il Kras Repen. Così il 27 parto e vado a trovare mio figlio in Brasile. Per poi rientrare prima dell’ultima sfida, quella con l’Altovicentino. Sa, ci tengo ad esserci, per ovvie ragioni…». Resterà anche nel 2015/16? «Mi alletta l’idea di continuare. Un altro anno qui lo farei volentieri. Ma non dipende solo dal sottoscritto». Auguri, mister.

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