Cremonese-Padova, Amirante: “Ci provo fino a gennaio, ma la società potrebbe fare altre valutazioni e…”

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«Io sono uno che le cose le capisce, so che a dicembre qualcosa potrebbe succedere…». A Pavia, se non fosse stato per l’intervento (provvidenziale) del segretario Pagliani, sarebbe entrato in campo e avrebbe giocato i primi 20 minuti del suo campionato. Con il Pordenone, invece, Salvatore Amirante è tornato in tribuna: dal mancato esordio ad un’ulteriore proroga il passo è stato fin troppo breve. “Savio” vive in un limbo che, personalmente e professionalmente, lo sta logorando. Ogni volta che si sveglia, al mattino, spera che il ginocchio operato sia nella sua “giornata buona”: a volte accade, altre no. E mentre la società lo aspetta, lui sa che le favole, nel calcio, sono cosa rara. Guarda alla realtà con oggettività: «Non me ne andrei mai da qui, ma il timore che tra poco la società possa fare altre valutazioni sul mio conto c’è. Ed è giusto che sia così: se a dicembre o gennaio avranno bisogno di un altro attaccante, è giusto che lo prendano. Fino ad allora, io ci provo».

La settimana scorsa, dopo i tre secondi di campo assaggiati a Pavia prima che la sostituzione venisse abortita in nome dei regolamenti, Amirante ha deciso di sua iniziativa di farsi visitare da un luminare dell’ortopedia del ginocchio. Il quale, come lui stesso in cuor suo sapeva, ha certificato che l’articolazione non è ancora pronta per il campo. «Avevo una voglia matta di giocare, non potevo rifiutare la convocazione per Pavia», spiega. «Ma il ginocchio non lo sentivo stabile, quindi ho deciso di rivolgermi a questo specialista. E la sua opinione è stata che tornerò a giocare, e che i miei fastidi sono dovuti al muscolo che sorregge il ginocchio: mi ha dato un programma per riportarlo in condizione, secondo lui dovrei metterci tre o quattro settimane. Una situazione che faccio fatica persino io a comprendere, che non auguro a nessuno».

A conti fatti, è lui il primo a rendersi conto che questo mese potrebbe essere davvero la sua ultima possibilità: o le cose si sistemano, oppure è probabile che la società cominci a guardarsi intorno. Non si tratta di ingratitudine o di cinismo, ma di oggettiva visione della realtà: Parlato non potrà attenderne in eterno il rientro. E per il bene del Padova, come ha già fatto l’estate scorsa, Amirante potrebbe essere costretto a salutare la piazza che lo rifatto sentire importante: «Era ovvio che mi riducessi l’ingaggio, non me la sentivo di prendere tutto lo stipendio: in primis perché non è giusto, e poi perché, viste le mie condizioni, avrebbero anche potuto mandarmi via già quattro mesi fa. Posso solo essere riconoscente a questa società, se in futuro decideranno diversamente non potrò fare altro che ringraziare il Padova e questa piazza. Per tutto».

E c’è sicuramente anche la sua assenza, l’impossibilità di godere di una valida alternativa ad Altinier, tra le cause dell’asfissia di reti che la squadra sta attraversando. C’è ben poco da disquisire, i numeri parlano chiaro: se la squadra dopo dieci giornate si ritrova nel gruppone di centroclassifica, è perché segna poco. Nove gol in dieci giornate sono una media da playout, solo Pro Piacenza, Renate e Pro Patria hanno fatto peggio, e non a caso si ritrovano nelle ultime posizioni. Meno male che l’altra faccia della medaglia è una difesa che tiene, eccome: con 9 reti subìte i biancoscudati si uniformano ai dati delle prime della classe, esclusa la Reggiana, che vince per distacco la speciale classifica delle retroguardie meno battute. C’è un altro dato, tuttavia, che costringe a lasciare aperta ogni statistica: Cristian Altinier, il bomber principe – sulla carta – del Padova, pure l’anno scorso ad Ascoli era partito parecchio in sordina. Una sola rete nelle prime dieci giornate, esattamente com’è avvenuto quest’anno: alla fine della stagione i suoi gol sono stati ben 17. La speranza, quindi, è che la zona-Altinier sia pronta ad esplodere già domenica sul campo della Cremonese.

(Fonte: Mattino di Padova, Francesco Cocchiglia)

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