Laurea e sport agonistico: non è un ossimoro!

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Sembra ormai consolidata l’idea che uno sportivo debba essere per forza ignorante, in particolar modo quando si parla del calcio. Questo è perché ci si basa esclusivamente sulla Serie A: quando si è 24h sotto i riflettori, uno strafalcione in camera o una scivolata sulla lingua italiana non solo è normale, ma fa subito notizia, gettando fango sulla categoria. Sebbene sia vero che il livello di scolarizzazione tra i calciatori che la lega più alta sia piuttosto basso, meno dell’1% di loro è laureato, è altrettanto vero che ci sono degli esempi virtuosi: tra tutti il nostro connazionale Giorgio Chiellini, centrale della Nazionale italiana e perno della difesa juventina, che ai tanti titoli vinti sul rettangolo di gioco aggiunge quello di Dottore in Business Administration, una specializzazione dopo il diploma di laurea triennale in Economia Aziendale conseguita all’Università di Torino. Fortunatamente, non è l’unico! Qualche esempio? Iniesta, Fabregas, Xabi Alonso, De Silvestri, Nagatomo, Mata e il professor Wenger.
Più scende l’ingaggio annuale dello sportivo, più aumenta la percentuale di laureati nella disciplina, vuoi perchè molti sportivi professionisti sono costretti ad avere un altro lavoro perchè lo sport non paga abbastanza, vuoi perchè le performance fisiche non durano troppo nel tempo e si sarà costretti a reinventarsi una volta abbandonata la disciplina. Comunque, lo sport che conta più atleti laureati è la pallavolo: tra A1 e A2 femminile, sono infatti ben 95 totale le ragazze in possesso di una laurea (75) o prossime a conseguirla (20), per una percentuale pari al 20,6% delle giocatrici totali. Anche in Superlega altissima è la percentuale di laureati (10) e laureandi (37), pari quasi al 25% degli atleti in attività. Tra le donne la facoltà più gettonata è Scienze motorie, mentre gli uomini prediligono economia e ingegneria.
Nelle ultime olimpiadi, ahimè, del 2016, i nostri olimpionici si sono distinti anche per la loro testa: infatti il 13% degli atleti ha una laurea: 41 azzurri su 314. Una percentuale alta se si pens che il 23,9% degli italiani tra i 30 e 34 hanno un titolo di studio universitario.
Insomma, il numero di laureate (e laureati) nello sport – o meglio, in alcune discipline – sembra allargarsi, per i motivi già accennati, ma anche per alcuni altri, che vale la pena sottolineare, a partire dalla sempre più crescente, in quantità e qualità, offerta di formazione delle università online riconosciute  (tipo Unicusano) per arrivare all’ormai acquisita consapevolezza che lo sviluppo del ‘pensiero laterale’ è in larga parte funzionale a migliorare la performance sportiva, soprattutto per quegli atleti che faticano a digerire ritmi e carichi di lavoro troppo standardizzati e ripetitivi.
Una tendenza che alcuni tecnici-formatori (si veda ad esempio il ct del Settebello di pallanuoto, Sandro Campagna) tendono anzi ad implementare, suggerendo direttamente agli atleti corsi di studio da frequentare magari online, o arrivando a escludere dalle formazioni giovanili talenti poco disposti a conciliare palombelle e libri di scuola.
Sicuramente, il lockdown ha contribuito a incrementare il numero di sportivi laureati, dato che in troppi non riuscivano ad allenarsi come avrebbero voluto e dovuto e come sono abituati a fare, per cui non rimaneva altro che investire sulle altre doti – quelle mentali – che madre natura gli ha fornito!

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