Cittadella-Padova, storia di un derby atipico: esoneri, dimissioni, veleni e due poker serviti….

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CITTADELLA (Padova) – «Non è un derby», ripetono a Padova. Tradendo, però, una certa insofferenza per quelli che vengono chiamati con malcelata stizza “i cugini di campagna”. In realtà sui social Cittadella-Padova non è più una partita come le altre. Qualcuno grida «stiamo arrivando!», nella città murata replicano modificando la locandina del match e aggiungendo una gallina. «Non è un derby», dicono a Padova, eppure quando retrocesse il Cittadella nel maggio scorso il web si scatenò in un diluvio di commenti contro i cugini, a loro volta felici (in buona parte) al momento del terribile crac del 15 luglio 2014 che portò alla scomparsa del Padova dal calcio professionistico. Mal sopportati, così come accade a Verona. Ovviamente la spoporzione è evidente e non potrebbe essere altrimenti. Padova è dieci volte Cittadella, eppure più di qualche volta al Tombolato ci ha lasciato le penne. Come il 23 novembre 2003, quando Ezio Glerean (guarda caso, un ex) rassegnò le proprie dimissioni proprio dopo un ko nel derby per 2-1 (Amore, De Gasperi, Romondini) e una contestazione della tifoseria biancoscudata a fine partita. Il giallo non fu mai del tutto chiarito, come quando Alessandro Calori il 14 marzo del 2011 al Tombolato perse la panchina. 3-1 (Nassi e doppio Piovaccari) porte sbattute nell’intervallo, congiura dello spogliatoio guidato da Vincenzo Italiano contro di lui e tanti saluti al tecnico aretino. Uno che, invece, coi derby ci sa fare paradossalmente è forse il tecnico più odiato nella città del Santo degli ultimi anni. Parliamo di Alessandro Dal Canto, uno che ne fece quattro a Foscarini al Tombolato il 4 settembre 2011 (doppio Cuffa, doppio Ruopolo) e che replicò il successo pure al ritorno (1-0, gol di Trevisan). Ma la pagina più nera della storia recente del Padova fu lo 0-4 del 22 marzo 2014. (Pellizzer, Azzi, Perez, Donnarumma) Uno smacco che costrinse l’odiato duo Penocchio-Valentini a uscire dallo stadio sotto scorta e che molti tifosi (pure schierati in larga maggioranza a suo favore) non hanno mai perdonato a Michele Serena. Che sedeva sulla panchina biancoscudata in quel pomeriggio da tregenda, preludio alla retrocessione e alla sparizione del club. Poi rinato dalle ceneri e pronto a riprendersi tutto con gli interessi.

Fonte: Dimitri Canello, Corriere del Veneto

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