Plebiscito, lettera sul “Mattino” di Ivo Rossi: “Si vuole dare un contentino agli ultras?”

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Gli stadi per il calcio sono da sempre luoghi su cui si esercitano passioni forti. E l’Euganeo non si sottrae alla regola, nella buona e nella cattiva sorte. È stato così quando verso la fine degli anni ’80 si impose come simbolo di riscatto sportivo rispetto al vecchio Appiani, giudicato vetusto e insicuro, anche se immediatamente rimpianto da quegli stessi che l’avevano liquidato, tanto da trasformarlo solo qualche anno dopo in un oggetto mitologico. Ricordo quella vicenda per essere stato l’unico ad aver votato contro quell’opera “modesta” (figlia di un progetto scartato dalla città di Torino), su cui si è poi abbattuto lo scandalo di tangentopoli e su cui, assieme alla presidente di Italia Nostra, scrissi un libro bianco, “Tutto lo stadio, minuto per minuto”, tutt’ora istruttivo. Nonostante i tifosi non rappresentino masse sterminate e provengano più dalla provincia che dalla città, hanno il potere di condizionare quasi tutti i partiti, in particolar modo le destre che, con gli ultras dai tatuaggi uncinati, hanno sempre avuto un particolare feeling. È stato così negli anni ’80, ma lo è stato anche in occasione delle tornate elettorali del 1999, del 2004 e dell’ultima, quella che mi ha visto coinvolto nel 2014. Consenso politico e affari promessi a società, spesso più interessate ad altri business che al calcio, sono stati l’ingrediente base. L’abbandono dell’Euganeo per trasferire le partite di campionato nel bruttissimo e scomodo impianto del Plebiscito, fanno parte di questo scambio politico, fatto di contorsioni che ciclicamente si ripetono stancamente, come se la nostra città vivesse un eterno replay di vecchi film al rallenty. Un eterno ritorno, dal vecchio al nuovo, e ora, all’usato. Per chi come me ha visto e vissuto centinaia di partite e momenti indimenticabili, sia quelli delle promozioni che quelli sconfortanti delle retrocessioni, all’Appiani prima e all’Euganeo poi, sa che la differenza l’ha sempre fatta la squadra e il tifo vero, quello che quando riempiva l’Euganeo della seria A, lo trasformava in una bolgia entusiasta che riusciva a mettere in difficoltà anche le squadre più blasonate. Che senso ha dunque abbandonare l’Euganeo a favore di uno stadio del Plebiscito inadeguato, brutto, privo di servizi, scomodo da raggiungere, con una viabilità che più precaria sarebbe difficile immaginare; scelta che, come hanno sostenuto in molti, appare del tutto incomprensibile? Si vuole dare un contentino agli ultras, che spesso entrano nelle cronache nazionali per i cori non propriamente oxfordiani, offrendo loro la curva agognata? Si potrebbe immaginare il semplice rifacimento della curva sud, come mi pare di ricordare fosse scritto nel programma elettorale del sindaco. Oppure, come hanno provato a immaginare i consiglieri del Pd, avendo un’idea generale dello stadio e delle sue funzioni nel futuro. Quello che mi pare privo di senso è pensare all’abbandono a se stesso dell’Euganeo, destinato ad essere privo della funzione principale. Situazione che non potrebbe durare a lungo, a meno che non si immagini già la sua trasformazione post degrado. Recenti sollecitazioni fanno pensare ad una rifunzionalizzazione all’interno di un grande complesso ludico commerciale o, meglio ancora ad un outlet (siamo a due passi da Padova ovest) che spiegherebbe anche il no alla realizzazione del nuovo ospedale. Pensare male si fa peccato, ma spesso è un peccato meno grave di quello commesso da chi, fingendo una cosa ne programma un’altra. Posso ovviamente sbagliarmi, ma mi è difficile pensare che chi sta programmando una scelta tanto miope come quella del Plebiscito non abbia in mente cosa farà dell’Euganeo. Un’ultima annotazione e alcune domande, per collocare questo modesto dibattito da cittadina di periferia all’interno di ciò che sta avvenendo nel mondo del calcio e che le recenti vicende di mercato dei vari Pogba e Higuain lasciano intravvedere. Ha ancora senso che l’amministrazione pubblica, come faceva nel Novecento, si occupi, utilizzando le tasse di tutti i cittadini, di impianti al servizio di società che dovrebbero stare sul mercato? Viviamo un tempo in cui gli spazi e gli ambiti dell’intervento pubblico sono oggetto di un’opera di profonda spending review finalizzata non solo al risparmio del denaro pubblico, ma anche e soprattutto a concentrarlo per il rilancio dell’economia e in ambiti al servizio della persona, di quelle più deboli in particolare. Ha ancora senso che l’amministrazione pubblica, che si ritira dalla gestione di beni e servizi come l’acqua, i rifiuti, i trasporti, continui ad occuparsi di un bene che pubblico non è? In fondo, in un’impresa come quella del calcio, laddove l’obiettivo primo sia lo spettacolo calcistico, avrà bisogno del capannone (lo stadio in cui giocare), dei macchinari (la sua struttura organizzativa e il vivaio) e del lavoro (i giocatori), e forse può farlo in modo più trasparente ed efficace affidandosi a imprenditori seri e alle proprie risorse. E chi fa impresa non si fa fare il capannone da altri. Il resto è il vecchio panem et circeses.

Ivo Rossi




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