L’Appiani non c’è più: il lungo addio allo stadio che con Rocco ha fatto la storia

Condividi

Vi proponiamo il bellissimo articolo di Germano Bovolenta sulla Gazzetta dello Sport in merito all’abbattimento della Tribuna Est dello stadio Appiani

Il Mitico Appiani non c’è più. È arrivata una ruspa alta come uno stadio e ha abbattuto la mitica Tribuna Est come un ecomostro qualsiasi. L’ha presa a morsi e l’ha sbriciolata. La Tribuna Est era la muraglia, la voce del popolo, il tempio e la fossa dei leoni. Era un monumento. “Non si può rimanere ancorati al passato”, ha detto Sergio Giordani, sindaco ed ex presidente del Calcio Padova. Quell’Appiani non c’è più.

Nel “nuovo” giocheranno i ragazzi della Primavera. Ci sarà una elegante tribunetta, una collinetta verde, con l’erbetta (anche di plastica), una pista ciclabile, una zona pedonale. Tutto ristrutturato, tutto riqualificato. Si va verso il futuro. “Se abbattete i monumenti, risparmiate i piedistalli. Potranno sempre servire”, ha detto l’aforista polacco Stanislaw Jerzy Lec. Sulla collinetta circondata dall’erbetta lasceranno, pare, un robusto cippo, “reliquia” dei gradoni. Ma servirà a non dimenticare la leggenda?

I POARETI

—Lo stadio Silvio Appiani nasce nel 1924, in zona Prato della Valle. È dedicato a un ragazzo calciatore morto in combattimento sul Carso nel 1915. Silvio aveva 21 anni. Il Padova “dei poareti” cresce vicino al Santo, debutta il 19 ottobre 1924, sei gol al Doria. Nel 1949, alcuni mesi prima della tragedia di Superga, la partita più bella e spettacolare contro il Grande Torino: 4-4. Sei anni dopo arriva Nereo Rocco da Trieste. “Mi hanno chiamato, stavo facendo i salami nella mia macelleria. La mia mamma mi dice: “Ghe xe queli del Padova”. Io ho detto “no, via via, no ghe penso, sto’ stufo del balon””. E invece Nereo, deluso dalla Triestina, va a Padova e ci rimane sei stagioni, sei campionati. La Tribuna Est è costruita nel 1954, a due metri dalla recinzione, con gli ombrelli che passano attraverso le maglie della rete, arrivano in campo e sfiorano il sedere dei “segnalinee”. Diventa subito la fossa dei leoni. Quella squadra entra prima nella storia e poi nella leggenda. I capitani sono Gastone Zanon, Ivano Blason e Aurelio Scagnellato, detto Lello. E poi il portiere Toni Pin, Azzini, Celio, Menti, Boscolo, Milani, Nicolè. E l’uccellino Hamrin, Sergio Brighenti, l’elegante argentino Humberto Rosa. Uomini forti, duri, leali e allegri. Insomma, poveri ma belli.

VECCHI RACCATTAPALLE

—Racconta Lello Scagnellato nello splendido libro di Gigi Garanzini, Rocco, la leggenda del Paron: “Il piccolo campo del riscaldamento era il Monti, attaccato all’Appiani. Una domenica arriva l’Inter e Angelillo chiese a un compagno di squadra chi fossero quei vecchi raccattapalle che correvano nell’altra metà campo. Eravamo noi. Ma la domanda di Angelillo era legittima. Perché eravamo conciati da far paura, con delle vecchie tute rattoppate che facevano le borse alle ginocchia, e tutto sembravamo meno che dei professionisti in procinto di giocare una partita di serie A in uno stadio gremito. D’ altra parte, allora si risparmiava anche sui materiali. Ci davano un paio di calze di cotone il martedì che dovevano servire per tutta la settimana. A ogni buon conto, Angelillo non passò un pomeriggio allegro in mezzo a quei “raccattapalle”, perché battemmo l’Inter due a zero”. Allegro invece era, è sempre stato, il Padova e il suo Paron. Sì, il temperamento, l’impegno la rabbia del poareto, la paura di sbagliare sono le “chiavi” della forza del gruppo. Senza non vai da nessuna parte. Ma il vero segreto, lo ammetteranno tutti, è la gioia di vivere e lavorare, di stare insieme. Dirà Gastone Zanon: “Noi passavamo le giornate a tenerci la pancia con le mani, dal gran ridere. Perché Rocco questo aveva saputo creare: il divertimento continuo, e che divertimento. Nel calcio spesso ci si annoia a stare insieme, ad aver di fronte sempre le stesse facce: noi non vedevamo l’ora di ritrovarci all’allenamento per scoprire cos’altro si era inventato”.

TREMANO LE STATUE

—Dentro e fuori l’Appiani, Nereo Rocco inventa scherzi e battute. Il suo calcio è fatto non solo di difesa ad oltranza, catenaccio, palla lunga e pedalare, ma anche di battaglie, vittorie e trionfi. Il Padova dei Poareti, il Padova dell’Appiani batte la Juve, il Milan e l’Inter del Mago. Nel 1957-58 arriva terzo, dopo Juve e Fiorentina. La coppia d’attacco Hamrin-Brighenti segna 31 gol (20 Kurt, 11 Sergione) e i boati della Tribuna Est fanno tremare le statue in Prato della Valle. Il calcio del Paron è fatto anche, soprattutto, di parole e battute. Alcune mai dette, ma diventate cult perché “suonano” bene e fanno divertire la gente e quei “mona de giornalisti”. Una, indimenticabile, mai pronunciata: “Ciò, daghe a tuto quel che se move su l’erba. Se xe el balon, no importa”. I suoi ragassi di Padova, giurano di non averla mai sentita. Scagnellato dirà: “Io l’ho sentito un’infinità di volte raccomandare una marcatura stretta, continua, asfissiante. Non gli ho mai sentito dire di far male a qualcuno”. La frase somiglia molto al Paron, al suo temperamento, alla fossa dei leoni, a quell’Appiani, ma Scagnellato non aveva dubbi: “Non poteva dirla, perché sarebbe stata assolutamente contraria alla sua cultura, che contemplava la virilità, la forza fisica, ma non la violenza”.

“NON COPARLO”

—Battute e giochi di parole. Come quella volta, all’ Appiani, con Sergio Campana. Il ragazzo, centravanti di talento, che poi diventerà brillante avvocato e per oltre 40 anni capo del sindacato calciatori, preoccupa Nereo Rocco. “Casso, xe svelto, bisogna marcarlo con attenzione”. E allora ordina a Zanon: “Ascoltame ben. Fagli un po’ de paura, tocalo el giusto”. Campana ricorderà: “Sì, ero abbastanza temuto dagli stopper. Era il derby Padova-Vicenza, partita calda e dura. Dopo pochi minuti Zanon mi viene addosso e mi scaraventa contro la rete di recinzione. Dopo l’entrata, Rocco urla a Zanon: “Cio’, te go dito de tocarlo, non de coparlo”. Ho rivisto Rocco la sera al ristorante Cavalca e ci siamo messi a ridere. Quello era il calcio, quello era l’Appiani. Finiva lì. C’era più folclore, ma anche poesia e ci si divertiva”.




Commenti

commenti

About Staff Padova Goal


WP2Social Auto Publish Powered By : XYZScripts.com